Una conversazione con Luca Berretta sul rapporto tra scrittura e architettura

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In occasione del tour promozionale del suo primo romanzo “Il signor Ole”, abbiamo rivolto qualche domanda all’autore Luca BerrettaIl Signor OLE | Luca Berretta
Il racconto, che nasce da una storia realmente accaduta, rievoca un’avventurosa storia d’amore e d’imprenditoria ambientata in America nei primi anni del Novecento.
Ole e Bess sono i protagonisti: lui capace di inseguire un ideale e un’esistenza libera, lei che da subito ha creduto nelle idee vincenti di quel ‘folle norvegese’.
Con passione, determinazione e coraggio Ole, industriale ante litteram, cambierà per sempre la nautica del mondo progettando il primo motore fuoribordo e Bess, pur avendo studiato per fare la segretaria d’azienda, diventerà una delle prime donne al mondo esperte di marketing.

La scrittura è un altro modo di progettare

«Ho scritto questo libro perché ho pensato che scrivere è un po’ come costruire, le parole in questo caso sono i materiali che lentamente compongono l’edificio» ci spiega Luca Berretta.

Architetto romano da sempre innamorato del mare e del cinema – che continua a dividersi tra l’edilizia e l’interior design – nell’intervista ha evidenziato uno stretto rapporto tra scrittura e architettura.

Il rapporto tra scrittura e architettura

Tempo fa, in occasione della Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria nella Nuvola di Fuksas “Più libri più liberi”, durante un’intervista a Radio Rai, Sabina Stilo mi ha chiesto quale fosse il rapporto tra l’edificio architettonico di Fuksas e una manifestazione di libri al suo interno.
A mio avviso c’è soprattutto una cosa importantissima: il fluire delle idee. Perché l’architettura è un pensiero, è costruzione di un luogo che scaturisce da un’esigenza particolare, da un bisogno particolare.
Nel romanzo il flusso dei pensieri, le necessità, l’emozioni compongono uno “spazio fisico” che appartiene alle parole.
L’edificio si costruisce con i mattoni e il romanzo si costruisce con le immagini attraverso le parole. Nel primo sono luoghi fisici nel secondo sono luoghi immaginari.

Un problema morale alla base dell’architettura

L’Architettura ha una serie di grandissime responsabilità perché agisce sull’habitat e quindi sulla gente. A suo tempo, ho sostenuto l’esame di sociologia urbana che evidenziava una serie di studi su quanto l’architettura potesse influire sulla psicologia delle persone.
Capita, infatti, di sentire commenti del tipo: «io non vado lì, perché quel posto non mi piace» ma non c’è un motivo razionale, una spiegazione logica al perché quel posto non ti piace. C’è una sensazione che parte direttamente dalla percezione dello spazio che è quella che ti dice qui sto bene, lì sto male. E questo riguarda la casa, la strada, una piazza.
Questo riguarda il vivere di tutti gli esseri umani.
L’architetto ha una grande responsabilità quando costruisce la città.
Credo che da questo punto di vista ci sia nella definizione di uno spazio urbano un aspetto scientifico, umanistico, psicologico, letterario… tantissime qualità che intervengono nella riconoscibilità di un luogo.
L’architetto in realtà trasforma gli spazi e lo spazio è l’essenza fondamentale del luogo in cui viviamo. Quello che ci fa star bene è il rapporto tra SPAZIO e LUCE.
Un grandissimo architetto che ha vissuto in America – forse uno dei più grandi architetti che siano mai esistiti Louis Kahn metteva sempre in relazione lo SPAZIO con la LUCE perché influiscono sul nostro stato psichico ed è importantissimo tenerne conto.

Un’operazione forte sul piano linguistico

Il primo cinema che ho costruito a Roma – il cinema Andromeda su Via Mattia Battistini – è stata un’operazione dirompente su un quartiere slabbrato.
È stata un’operazione forte perché avveniva in un contesto sociale urbanistico molto debole, con poche identità urbane. Per cui bisognava dare un segnale a quel quartiere. L’architettura serve anche a questo. L’architettura serve a dichiararsi.
Dire al cittadino, molte volte distratto, che lì è accaduto qualcosa o accade qualcosa è una responsabilità che appartiene all’architettura.
Un chiaro segnale che c’era un punto aggregativo importante per un quartiere e per una comunità.

Luca Berretta al suo debutto letterario

Scrivere e poi promuovere il libro è stato interessante perché ti metti in gioco, ti scopri, ti apri a un pubblico che non ti conosce. Il libro racconta di un mondo interiore che spesso non si vede, che si nasconde dietro alle azioni della vita.
Ci sono state delle persone che, dopo le prime presentazioni, si sono avvicinate e mi hanno detto «ma allora, pur conoscendoti da trent’anni, non avevamo capito nulla».

A noi, intanto, vien da pensare che se oggi conosciamo la storia di Ole che, con la sua passione e l’amore per Bess, cambierà il proprio destino realizzandosi in una vita colma di emozioni, di cambiamenti improvvisi e incredibili speranze, lo dobbiamo a questo eclettico architetto, amante dei piaceri della vita, del mare e… di Roma!

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