Un Museo fuori di sé

 In #impronteurbane

Tralasciando le scenografiche architetture di chiese e anfiteatri, palazzi e fontane, perché non concedersi una visita a piccoli musei poco visitati?
Nel quartiere Monte Mario, in una vasta area verde di Roma nord, il “Museo dei Matti” ricrea le tappe della follia e racconta l’altra faccia della stessa Roma.

Mi riferisco al Museo Laboratorio della Mente, aperto al pubblico nel 2000 nel Padiglione VI dell’ex “Manicomio Provinciale di Santa Maria della Pietà”, in passato la sede del più vasto Ospedale psichiatrico d’Europa e, fino allo scorso decennio, l’unico punto di riferimento museale in Italia nel campo della salute mentale.

Roba da matti

Entrare e visitarlo non è un gioco. Hai mai visto l’interno di un Manicomio?
Le risate, le urla, le lacrime e gli sguardi allucinati… in questo luogo – inquietante e intenso – sono ricreati i vissuti dei pazienti e del personale attraverso documenti storici, filmati e foto.

È una vera e propria visita immersiva: ogni camera riproduce esattamente l’esperienza del “matto”, la sua segregazione, l’annullamento dell’identità, sofferenza e solitudine, la sua storia di ordinaria follia.
Si va dalla “agghiacciante” stanza degli effetti personali, a quella dove puoi trovare gli apparecchi utilizzati per l’elettroshock e gli strumenti chirurgici che servivano a “guarire”, fino a quella dove si ricrea la totale assenza di rumori.

Per non dimenticare

L’Ospedale psichiatrico ha iniziato la sua attività il 28 Luglio 1913.
Il complesso manicomiale era enorme: 40 padiglioni – indicati con numeri romani – disseminati in 130 ettari di parco. Una città dentro la città, a destra c’erano gli edifici degli uomini – contrassegnati da numeri pari – e a sinistra quelli per le donne. In mezzo una rete metallica.

Progettato per contenere 1000 pazienti, è arrivato ad ospitarne fino a 3500. Oltretutto, durante gli anni Cinquanta, il complesso di Santa Maria della Pietà ha svolto a Roma la funzione di contenitore sociale, ospitando non solo persone affette da disturbi mentali, ma anche disadattati sociali, poveri, emarginati, disabili gravi, alcolisti e addirittura molti orfani.

Tra follia vera o presunta, sono racchiuse tra le sue mura numerosissime storie di sofferenza umana, in un contesto alienante e disumano, segregante e disumanizzante, e con un regolamento estremamente rigido.

Poi finalmente, nel 1979 a seguito della Legge Basagliache ha imposto la chiusura dei manicomi e regolamentato il trattamento sanitario obbligatorio – chiudono tutti i manicomi compreso quello di Roma.

L’archetipo delle diversità

Il Museo nell’ex Padiglione VIil resto del complesso è diventato sede di ASL e Municipio – con un ineguagliabile impatto emotivo, è il superstite fantasma di un drammatico passato.
Con gli oltre 30 murales che prendono vita sugli edifici dell’ex Manicomio, presenti ormai già da qualche anno, è uno spazio di formazione ed informazione, che invita a riflettere sul concetto di “normalità” e disagio psichico, a rifiutare ogni forma di emarginazione e discriminazione.

Con le sue tante sale interattive, questo originale mosaico tecnologico della “memoria” – forse uno degli esempi più riusciti di quella che oggi viene definita “museografia sensibile” – suggerisce storie di follia e di sanità, di persone e fantasmi, di passato e presente, suscitando commozione e sdegno.

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