Perchè i grandi progetti immobiliari nel nostro Paese non parlano italiano?

 In Mercato estero

I grandi investitori immobiliari nel Belpaese, soprattutto nel settore Real Estate di lusso, non parlano italiano. Dai colossi cinesi ai fondi arabi, le finanze straniere comprano prevalentemente palazzi d’epoca, edifici di grande prestigio e ville di lusso delle nostre città storiche o in zone di grande afflusso turistico.

Tra le mete preferite dello shopping del caro vecchio ‘mattone’ Roma e Milano.

I cinesi conquistano Roma

L’anno appena trascorso ha dimostrato quanto Roma sia appetibile per gli investitori immobiliari del ‘Celeste Impero’: l’antico palazzo che dal 1928 al 2010 ha ospitato gli uffici e le officine dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato in Piazza Verdi diventerà un hotel extralusso della Rosewood Hotels and Resorts International Limited, società controllata dalla New World China Land Ltd – quotata alla Borsa di Hong Kong e che fa capo alla famiglia Cheng.

Sarà quindi il marchio del gruppo Rosewood a svettare sullo stabilimento a due passi da Villa Borghese, nel cuore del quartiere Parioli, lungo 150 metri ed una superficie di oltre 60.000 metri quadrati, impreziosito da una facciata imponente in stile liberty, dal gusto architettonico tipico dell’epoca umbertina. Inaugurato da Benito Mussolini nel 1928 è un pezzo importante della storia culturale del nostro Paese: con i suoi saloni dagli alti soffitti e dai marmi preziosi, quel maestoso scalone d’onore…

150 milioni di euro sarà il costo minimo da affrontare per la ristrutturazione del complesso monumentale nell’esclusiva location.

Il una prima fase, il progetto prevede lo sfruttamento di 30 mila metri quadrati per la realizzazione di un hotel di extra lusso con circa 200 camere, un centro congressi, ristoranti, piscina, SPA, oltre a circa 50 residenze private gestite dallo stesso operatore alberghiero.

In una seconda fase si prevede di sviluppare, nei restanti 30 mila metri quadrati di superficie disponibile ,ulteriori residenze di lusso ed uffici.

Fondato nel 1979, il marchio Rosewood, vanta un portafoglio di nove alberghi di proprietà, principalmente ubicati in America. Attivo anche nella gestione, il gruppo cinese gestisce complessivamente 33 tra alberghi e resort, sfarzosi e pieni di comfort, in giro per il mondo: dagli Stati Uniti alla Thailandia, passando per l’Inghilterra e la Francia. Inoltre, vanta quattro alberghi con componente residenziale, di cui uno in Italia a Castiglion del Bosco, frutto della partnership con il gruppo Ferragamo.

La verità? I cinesi l’Italia l’hanno già conquistata da un pezzo

E mentre a Roma il fondo sovrano di Abu Dhabi è interessato ad un immobile di Via del Corso per trasformarlo in un hotel extralusso e la famiglia Bulgari punta ad una partnership internazionale per acquistare e ristrutturare la vecchia sede dell’Inps in pieno centro per farne un luxury hotel, anche a Milano non esiste zona che non sia stata ‘conquistata’ dalle ricche holding straniere.

Gli arabi, oltre all’Hotel Excelsior e al palazzo di Credit Suisse vicino alla Galleria, hanno acquistato il complesso metropolitano di Porta Nuova. Si tratta dell’area attorno a Porta Garibaldi comprensiva di 25 edifici – tra cui la torre dell’Unicredit ed il famoso Bosco Verticale – e un agglomerato residenziale di 380 unità abitative. La zona dei grattacieli meneghini – i più alti d’Italia – è ora interamente di proprietà del fondo sovrano del Qatar.

233 i milioni di euro garantiti dagli svizzeri di Partners Group per il palazzo in Via Monte Rosa disegnato da Renzo Piano (che ospita le sedi di Pwc e Il Sole 24 Ore) e la sede di Pirelli a Viale Sarca in zona Bicocca.

Sempre a Milano, non molto tempo fa, è toccato a un altro immobile di prestigio passare in mani asiatiche. Palazzo Broggi – sede storica di Unicredit – in Piazza Cordusio è stata infatti ceduta alla cinese Fosun per 345milioni di euro, dopo alcune trattative fallite con operatori italiani.

Investimenti immobiliari esteri: la conquista di Roma atto finale

Ma in fondo, che intere aree metropolitane o ‘pezzi da novanta’ dell’architettura italiana siano passati nelle mani di fondi sovrani stranieri, non dovrebbe sorprenderci più di tanto.

Come, in più di un’occasione, ha puntualizzato il mio capo Ugo Farina:

 Da decenni ormai a Roma i cinesi si sono installati in antichi quartieri, come l’Esquilino, comprando negozi, market, officinee se le aziende parlano mandarino, non c’è da meravigliarsi che lo faccia pure il mattone.”

Segno dei tempi!

E la ‘colonizzazione’ progressiva, sul piano immobiliare e commerciale, cui assistiamo da anni, alimenta il dibattito tra quanti guardano con favore a queste operazioni interpretandole come segnale di attrattività dell’Italia e altri che invece le valutano come una spia di debolezza dell’imprenditoria italiana.

Io credo che, se i ‘gioielli di famiglia’ sono diventati un onere troppo grande da salvaguardare, l’attenzione da oltrefrontiera possa aiutare a coprire gli spazi lasciati vuoti dagli operatori italiani che sul mercato – tra la lunga stagione della crisi, la mannaia del fisco nazionale e una serie di grane giudiziarie – son rimasti in pochi!

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