Le “zitelle” di una volta

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A Roma, nella Chiesa di Santa Maria sopra Minerva nel rione Pigna, un tempo si svolgeva il curioso e antico rito delle “zitelle”: una fastosa cerimonia pontificia per la consegna della dote alle “zitelle” (termine che indicava le “giovani ragazze”) che volevano sposarsi oppure entrare in convento.

Si trattava per lo più di adolescenti figlie della povertà e del malaffare. Le ragazze dovevano essere di gradevole aspetto e residenti a Roma da almeno due anni.

La Processione delle Ammantate

Le ‘signorine’ romane, scelte tra tutti i rioni della città, il 25 marzo di ogni anno, in occasione della festa dell’Annunciazione della Beata Vergine Maria, si riunivano in piazza Santa Chiara, vestite di bianco e con un velo che a malapena lasciava scoperti gli occhi – erano infatti chiamate le “Ammantate” – e, a due a due e con una candela accesa in mano, in processione raggiungevano la Chiesa di Santa Maria sopra Minerva, per l’occasione, sontuosamente addobbata.

A conclusione della solenne messa papale, le ragazze andavano a genuflettersi dinanzi a Sua Santità e, dopo il bacio della Sacra Pantofola, veniva consegnato loro un sacchetto di seta bianca con una dote di 50 scudi per quelle che intendevano prendere marito e di 100 scudi per quelle che intendevano prendere il velo.

Il conferimento delle doti alle “zitelle”

Fortemente voluto da un influente cardinale domenicano spagnolo che nel 1460 istituì l’Arciconfraternita della Ss. Annunziatacomposta di 200 cittadini romani il cui unico scopo era quello di esercitare opere di carità – questo singolare rituale è nato con il nobile intento di dare una seconda possibilità alle povere e bellissime romane che, proprio per la loro avvenenza e le loro scarse risorse economiche, rischiavano di finire vittima del mercato della prostituzione.

L’Arciconfraternita elaborava ogni anno degli elenchi nei quali potevano iscriversi le fanciulle che avessero compiuto 15 anni. Dopo tre anni di prova, se ritenute meritevoli, alle zitelle “oneste e di buona fama” veniva consegnato il sussidio per poi essere avviate, a seconda delle attitudini, alla vita matrimoniale o a quella monastica.

Una nobile iniziativa

Il numero delle doti alle “zitelle” variava a seconda del bilancio dell’Arciconfraternita.

Arricchitasi per i molti lasciti, tra i quali l’intero patrimonio di papa Urbano VII, la ‘pia opera’ riusciva a pagare fino a 600 doti in un solo anno.
Col passare del tempo però l’opera cominciò a trasformarsi, perdendo la sua primitiva fisionomia.

A seguito dell’annessione di Roma e dello Stato Pontificio al Regno d’Italia, nel 1872, l’antico rito delle “zitelle” per il conferimento delle doti alle giovani e belle romane che si potevano “sistemare” fu sospeso e l’Arciconfraternita trasformata nel Pio Istituto della Santissima Annunziata.

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